La storia di Cino (2014)
Piemonte, valli del Cuneese, fine '800. Il piccolo Cino, 9 anni, viene affidato dal padre (contro le reticenze della madre) a un malgaro francese perché lo porti, insieme ad altri bambini locali, al di là del confine. Cino lavorerà come stagionale negli alpeggi francesi e riporterà a casa ciò che ha guadagnato. Ma il malgaro si rivelerà un violento e un profittatore, e il bambino scapperà per ripercorrere a ritroso il viaggio di attraversamento del confine montano. Lungo la strada Cino incontrerà molti personaggi, fra cui una bambina, Catlìn, dotata di formidabili istinti e di una grande capacità visionaria, fondamentale per ritrovare la strada di casa.
La storia di Cino è evidentemente strutturata su quella di Pollicino (vedi anche il nome del piccolo protagonista), abbandonato nel bosco da genitori che non possono sfamarlo, ma attinge anche all'esperienza dei piccoli vacrot, in occitano "i bambini guardiani di vacche", affrontando il tema del lavoro minorile (e più sottilmente dell'abuso, anche sessuale, sull'infanzia) con delicatezza e realismo. Il regista, il 77enne Carlo Alberto Pinelli figlio di quel Tullio Pinelli che fa parte della storia della sceneggiatura italiana, sceglie di concentrarsi sullo spirito di avventura e la capacità di iniziativa di Cino e Catlìn, che attingono ripetutamente all'istinto, l'immaginazione e l'agilità (anche mentale), per togliersi dai guai. Pinelli fa leva sulla loro possibilità di distinguere di chi fidarsi e di no, mettendo sulla strada dei due bambini anche personaggi adulti positivi. La storia di Cino è un attestato di fiducia nelle risorse infantili dei più piccoli per sopravvivere anche ad una realtà dura e spietata.

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