Sarà un paese (2014)
Il trentenne Nicola, dopo l’ennesimo colloquio di lavoro deludente, decide di intraprendere, insieme al fratellino Elia, un viaggio alla scoperta dell’Italia di oggi, pregi e difetti. I difetti sono i primi che i due fratelli incontrano, e si manifestano in abbondanza. I pregi arriveranno solo alla fine, ma chiuderanno il viaggio su una nota di speranza.
Nicola Campiotti, figlio del regista Giacomo, scrive e dirige questo suo primo lungometraggio con l’entusiasmo del neofita (anche se ha già parecchia esperienza come assistente alla regia e alla produzione nonché come autore di corti) e con il desiderio di rivalsa che caratterizza la sua generazione precaria e bistrattata (quando non è sostituito dalla rassegnazione depressa). Questo entusiasmo si traduce in immagini dalla grande potenza evocativa ma anche in una sovrabbondanza di temi, personaggi e situazioni che sono il tipico errore da “primo film”, quello in cui si cerca di dire tutto, e tutto insieme. Ben venga però l’abbondanza, certamente più incoraggiante del minimalismo asfittico di tanti esordi italiani recenti.
La narrazione viene scansionata da una sorta di alfabeto di temi legati ai diritti dei bambini, tanto spesso disattesi anche nel nostro Paese: non a caso l’Unicef ha scelto Sarà un paese per celebrare il 25esimo anniversario della Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Ci sono gli inceneritori urbani che causano la morte, anche dei piccoli, e le discariche a ridosso dei centri abitati; c’è la sicurezza sul lavoro sacrificata all’altare del dio Profitto; ci sono gli altri, che credono ad altre divinità e che non sanno più se appartengono al paese di nascita o a quello In cui sono cresciuti; c’è la disoccupazione che riguarda un giovane italiano su tre. E poi i beni comuni privatizzati, i governi che non tutelano i cittadini, l’ambiente umiliato e offeso.

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